perché gli architetti sbagliano il 95% dei clienti?


tempo di lettura: 7 min.
livello di preparazione richiesto: ★★★☆☆

INCIPIT:
se sei un architetto e hai pieno interesse a compiere un salto di paradigma nella Tua attività professionale, leggere questo articolo potrebbe ascrivere una cornice di utilità. non certo perché siamo specialisti nel business professionale e neppure perché ci produciamo personalmente nella ridefinizione imprenditoriale del ruolo dell’architetto. è vero! ArchitettoClub a partire dal 2016 è stato il primo ad introdurre il business coaching supportando nelle loro attività gli studi di Architettura e/o Ingegneria e i singoli professionisti. ma non è neppure questa la ragione. questo articolo potrebbe assolvere una sua utilità perché il nostro lavoro opera personalmente nella creazione di nuovi progetti negli ambiti dell’architettura ed ingegneria, favorito da una continua attività di ricerca, sviluppo e validazione dei modelli anticipati e, affinché ciò si renda possibile, ogni giorno il nostro impegno si orienta prioritariamente a sovvertire l’ordine di equilibrio precostituito al fine di osservare gli eventi da diversi punti di vista per mezzo di un approccio scientifico. l’innovazione inizia proprio da qui: iniziando a porsi domande a cui avevamo paura di rispondere. il presente articolo costituisce uno di questi casi.

quali sono le 20 opere di architettura più famose realizzate nel mondo? che rapporto intercorre tra la condizione di classe dei committenti e le opere realizzate? è vero che l’architettura è borghese, consolatoria, idiota mentecatta”? ed infine: perché gli architetti destinano le loro professionalità al 95% dei clienti sbagliati?

si tratta solamente di alcune delle ipotesi anticipatrici camuffate, per mezzo dell’interrogazione, dall’intrinseca connotazione assiomatica che tratteremo in questa sede. la tesi è di mettere a nudo il Re – sempreché la sua nudità non sia già evidente – smontare l’impalcato effimero della questione culturale sull’architettura, ridefinendo la posizione imprenditoriale degli architetti in Italia, pervasi da afflati estetici a rimedio di ordinari interventi di ristrutturazione edilizia per la classe media (con le pezze al sedere) infiorettati per interventi di interior design – una riformulazione orwelliana che ridimensiona un problema assegnandogli un nuovo nome operando, per mezzo di una manipolazione linguistica, una riqualificazione culturale.

la vera domanda è: perché continuiamo a parlare di architettura quando in Italia si rinnova principalmente un tessuto urbano con declinazione edilizia che nulla o poco apparenta con l’architettura? perché gli architetti si denominano tali se anch’essi si producono in opere di edilizia e bonus fiscali e non di architettura?

quando l’architettura si eleva nella sua dimensione del superfluo e perde la sua connotazione di edilizia spontanea o critica? – per compiacere gli amici muratoriani?

proviamo a rispondere: si eleva in forma evidente e chiara quando Vi è una committenza che necessita di un soprappiù del senso dell’utile, una dimensione che travalichi la mera utilità della cosa alla quale gli si attribuisca una connotazione estetica che esibisca se stessa – il suo essere incomunicabile – e, in forma riflessa, l’edonismo del chiamante che l’ha indotta a manifestarsi per mano di una perizia architettonica.

vale quindi anche per l’architettura ciò che un CB d’annata – per i grossolani: CB de-soggettiva un tal Carmelo Bene – disse:

l’arte è sempre stata borghese, consolatoria, idiota, mentecatta, stupida, soprattutto è stata cialtrona e puttanesca e ruffiana! l’arte deve essere incomunicabile, l’arte deve solamente superare se stessa! ecco perché tocca a noi, ma chissà a chi una volta fuor di noi, essere un capolavoro, “uscire fuori dal modo” – come diceva San Juan de la Cruz – “per pervenire là dove non v’è più modo”. 

l’arte, così come l’architettura, è borghese! è altresì puttanesca e ruffiana.

in forma di scherno, stuzzico i convenuti ai nostri seminari di business che Giovanni Boldini visse i momenti più elevati della Belle Époque raffigurando i ritratti di marchese, baronesse, duchesse – tali da chiamarle egli stesso le “divine”! – e non certo soggetti privi di grazia o bellezza – leggasi con sinonimo di “racchio” – appartenenti alle classi sociali meno abbienti che certo non potevano permettersi il cachet delle sue espressività artistiche. ovviamente i soggetti racchi erano presenti anche nelle classi nobiliari, ma l’arte si pone con solerzia ed abnegazione al servizio di mistificare la bruttezza eleggendola più artificialmente ad opera estetica raffinata. è sufficiente una tasca più profonda per incoraggiarla.

similmente, lo osserviamo nelle opere di architettura: l’architettura è borghese! è altresì puttanesca e ruffiana. consideriamo ad esempio la relazione tra le 10 opere di architettura più famose e i committenti:

  1. Chiesa di San Pietro in Vaticano, Città del Vaticano: Commissionata da Papa Giulio II e completata da Michelangelo.
  2. Taj Mahal, India: Commissionato dall’Imperatore Shah Jahan in memoria della moglie Mumtaz Mahal.
  3. Opera House di Sydney, Australia: Commissionata dal governo del Nuovo Galles del Sud.
  4. Sagrada Familia, Spagna: Iniziata su commissione dell’Associazione dei Devoti di San Giuseppe e proseguita grazie a donazioni private.
  5. Empire State Building, New York: Commissionato da John J. Raskob e Pierre S. du Pont.
  6. Fallingwater, Pennsylvania: Commissionata da Edgar J. Kaufmann Sr.
  7. Guggenheim Museum, New York: Commissionato dalla Solomon R. Guggenheim Foundation.
  8. Villa Savoye, Francia: Commissionata da Pierre Savoye.
  9. Petronas Towers, Malesia: Commissionate dalla società petrolifera Petronas.
  10. Burj Khalifa, Dubai: Commissionato dal governo di Dubai.

da un tale elenco, che certamente potrà ulteriormente affinarsi, emergono entità, organizzazioni e privati accumunati da un unico elemento caratterizzante: una elevata capacità di spesa. escludendo per denotata evidenza organizzazioni religiose o politiche, anche considerandosi solamente i soggetti privati, osserviamo con costernazione che il Monsieur Pierre Savoye era un ricco assicuratore francese – ciò che oggi denomineremmo broker assicurativo –, Edgar J. Kaufmann un noto imprenditore e uomo d’affari, oltrechè filantropo – dunque non certo un manovale! – ed infine, John J. Raskob un dirigente finanziario e uomo d’affari per DuPont e General Motors.

la semplificazione qui operata induce a ritenersi che – presunto il magistero tecnico e artistico dell’architetto – l’architettura assurge al suo stato veritativo solamente a fronte di una committenza altospendente che ecceda nell’espressione dei significanti portando l’utilità di un ente ad una dimensione estetica che la trascenda dalla sua entità greve e ordinaria. l’architettura è dunque lusso, ostentazione, mostra di sè! esternazione di una volontà di potenza nietzschiana che mira al suo autocompiacimento. tutto il resto è edilizia! certamente affascinante, culturalmente densa e artigiana. ma pur sempre edilizia.

chi vuole prodursi nella professione di architetto deve rivolgersi ad una classe altospendente che possa consentirgli di prodursi in questa eccedenza di significanti. altrimenti può prodursi nella creazione di video su youtube facendo mostra di sè e della sua pochezza culturale.

ecco perché il 95% dei clienti degli architetti sono sbagliati.

secondo il Rapporto 2024 di Bankitalia “Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie: Prime evidenze sull’Italia” “Il cinque per cento delle famiglie italiane più ricche possiede circa il 46 per cento della ricchezza” e “alla fine del 2022 le famiglie italiane sotto la mediana detenevano una ricchezza media di circa 60.000 euro” (vedasi grafico).

dovrebbe essere evidente che in Italia, al fine di prodursi nella professione di architetto, è necessario intercettare una committenza che appartenga al 90° percentile della ricchezza netta nazionale o, nella migliore delle ipotesi, al 5% delle famiglie italiane più ricche.

in che modo può realizzarsi questo avvicendamento? come è possibile ottenere un incarico da un cliente appartenente al 5% delle famiglie italiane più ricche? come posso entrare in contatto con un classe sociale appartenente al mondo dell’élite?

certamente acquisendo la mentalità della tipologia di committenza individuata, producendosi nel profiling del cliente desiderato, comprendendo le abitudini e le necessità che questo 5% esprime, e realizzando un servizio che, attagliato su di esso, agisca sulle sue leve emotive. ne scrivo nell’esercizio della mia piena contezza, avendo iniziato ad operare nella progettazione architettonica di edifici nel 2008 e nel luxury design a partire dal 2009.

la risposta subitanea può ricondursi ad una nota affermazione dell’imprenditore e speaker Jim Rohn secondo cui: “If you wish to be wealthy, study wealth”.

ma attenzione! perchè a questa prima disamina è presente un’altra soglia di sbarramento. questa è costituita dal numero 152200, la discriminante che definisce secondo Architects’ Council of Europe, sostenuta dalle analisi di Mirza & Nacey Research, il numero degli architetti in Italia.

non tutto il mercato di 152200 professionisti può eleggersi a offrire le sue prestazioni a questa titolarità di utenza. stante in Italia la proporzione di 1,98 architetti per chilometro quadrato – ovvero 302.073 mq / 152200 architetti – il primo passo consiste nella ridefinizione dei confini del servizio professionale, contraendo la diversificazione delle prestazioni offerte, qualificandolo con un’identità di marca che subordini i servizi antagonisti e le sottocategorie dei beni fungibili e succedanei per mezzo di una strategia di posizionamento che si differenzi nella categoria di mercato di appartenenza, adoperando una comunicazione mirata volta consolidare nelle mente dei clienti la posizione di top of the mind.

avremo modo di approfondire questo argomento qui » » »
da zero a clienti altospendenti


NOTA: Se questo argomento ha incontrato il Tuo interesse o quello del Vostro Studio, Ti invitiamo a sottoporci ogni eventuale domanda in calce al presente articolo o, preferibilmente, per un contatto conoscitivo, prenotando una call telefonica per mezzo del presente link » » » clicca qui

NOTA 2: La citazione di Carmelo Bene è estrapolata dal “Maurizio Costanzo Show – Uno Contro Tutti: Carmelo Bene” (1994).

NOTA 3: Il Rapporto di BankItalia è interamente consultabile a questo link.


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